lunedì 12 settembre 2016

Voulez-vous un rendez-vous. Tomorrow.

In quello che dovrebbe essere il mio giorno libero (nel quale ho pensato bene di svegliarmi ad un orario improponibile per lavare e stirare l'intero armadio del mio caro fidanzato) ho deciso che era giunto il momento di raccontarvi un po' di quello che è successo dal mio ultimo post ad oggi (conscia del fatto che gran parte dei miei lettori passano di qui solo per farsi i fattacci miei durante l'orario lavorativo).

Le vacanze sono finite e l'estate volge al termine. Per quel che mi riguarda la voglia di vivere mi è scomparsa già al decimo minuto del primo giorno di lavoro passato a contatto con l'ennesima esponente inetta della categoria "Assistenti odontoiatriche", ma questa è un'altra storia.
Già al tredicesimo minuto del mio primo giorno di rientro al lavoro avevo nuovamente bisogno di ferie, possibilmente in Francia, preferibilmente in Bretagna.

[Pausa per raccogliere il vomito della gatta che sembra non essere riconoscente per la sua recente gastroscopia prosciugatrice dei nostri portafogli]

Eggià, oggi ho deciso di parlarvi delle nostre vacanze in Bretagna anche se sono consapevole che molti di voi hanno passato la prima metà di agosto a spiare il mio profilo Instagram come se non ci fosse un domani o un dopodomani.

Tra me e la Bretagna non è stato amore a prima vista, ma mi ha conquistata lentamente nel corso dei giorni, come uno spasimante che ti chiede di sposarlo con un messaggio privato (o PVT) su Splinder e BAM! un anno e mezzo dopo siete lì a pomiciare in una sera d'estate davanti ad un cimitero evidentemente infestato dastatue immobili.

Le difficoltà durante la nostra vacanza sono state tante, a partire dalle interminabili ore d'auto che abbiamo impiegato per arrivare nel Finistère, fino ad arrivare agli ufo che ci hanno inseguiti per le strade buie della campagna bretone e che si sono poi rivelate essere le luci intermittenti delle pale eoliche disseminate in tutta la regione. Per non parlare poi degli ematomi che mi sono procurata rischiando di cadere nell'Atlantico per vedere i delfini inseguirci sul traghetto diretto all'Ile d'Ouessant, in quella che sembrava una giornata destinata alla tempesta e che poi si è rivelata essere fatale per la mia pallida carnagione a causa del sole cocente trovato sull'isola.
Ed è così che capisci perché l'Île d'Ouessant viene spesso definita come "l'inferno in terra".



Disavventure a parte, ci sono tante -forse troppe- cose mi piacerebbe raccontarvi,ma che forse sono difficili da comprendere da chi non è stato con noi su quelle spiagge, su quelle falesie durante quelle maree nel bel mezzo del niente. Quindi,mi limiterò a raccontarvi di alcuni simpatici aneddoti per i quali è famoso questo blog, un po' come gli highlights della giornata di campionato.

Il primo bed and breakfast nel quale abbiamo soggiornato era un maniero nel cuore del Finistère gestito da una coppia di inglesi, Penny ed il Principe Carlo d'Inghilterra, stranamente cordiali e decisamente negati nella gestione di una rete wi-fi. Appena arrivati ci siamo resi conto dell'impossibilità di poter accedere ad internet e, scartata l'idea di scappare a gambe levate (ma solo perché avevamo già pagato un anticipo per la camera), con garbo il mio caro fidanzato ha iniziato a
sfrucugliare (termine tecnico) nelle impostazioni del router per sistemare la rete. Questo intervento tecnico ci ha fruttato una bottiglia di champagne che giace ancora nel nostro frigorifero in attesa che la nostra gatta smetta di vomitare ed un'ovazione da parte degli altri ospiti che finalmente potevano vedere il meteoper i giorni successivi.

Uno dei motivi che ci ha portato in Bretagna era quello di voler visitare il faro più alto d'europa (dopo aver fatto tutti i 365 gradini del faro di Gatteville lo scorso anno, il secondo più alto del continente) che si trova sull'Île Vierge, sulla costa nord-ovest della Bretagna. Ora, so che molti di voi non hanno dimistechezza con l'italiano, figuriamoci con il francese, quindi trovo doveroso puntalizzare il significato della parola "Île": "Île" in francese significa "Isola".
Il mio fidanzato, incaricato di cercare la posizione del faro, ha bellamente ignorato la parola "Île" e, solo dopo aver girato per tre quarti d'ora buoni sulla costa in prossimità del villaggio di Lilia mentre il nostro navigatore cercava costantemente di farci entrare in mare, ha realizzato che il faro si trovava su un'isola e che evidentemente non possedendo un mezzo anfibio era impossibile arrivarci con l'automobile.



Il secondo bed and breakfast era una castello sul confine con la Loira Atlantica ed era anch'esso gestito da una coppia, il ducaconte del quale non ricordo il nome e la moglie. La dinamica della coppia era molto simile a quella che abbiamo io ed il mio fidanzato: lui passava il tempo a fare bouquet di fiori in polo Lacoste bianca e intratteneva gli ospiti con i suoi aneddoti sulla vita, lei invece spalava letame, trascinava i bagagli degli ospiti per due piani di scale rischiando un'embolia polmonare ad ogni passo, cucinava, puliva, badava ai figli, alla gatta e stirava le polo Lacoste del marito. Bianche.

In questo castello abbiamo conosciuto una simpatica coppia di inglesi arrivati in Bretagna per un matrimonio di nonabbiamobenecapitochi. Lei era evidentemente una donna dal passato allegro alla Courtney Love e amava spalmare burro sui croissants al burro mentre lui era un cazzone. Durante una delle colazioni si è prodigato nel raccontarci della sua avventura in bicicletta che l'ha portato in soli undici giorni dalla sua cara madrepatria a Milano per andare a trovare il figlio, munito solo di una tutina da ciclista, di una borraccia e di tanta tanta fantasia. Ora, io non escludo che anche un ciclista non professionista possa compiere una tale impresa, ma mi viene veramente difficile pensare che un uomo di sessant'anni che ha il fiatone dopo aver sceso una rampa di scale possa aver fatto un viaggio tale.
O almeno non da sobrio.

Sempre nello stesso bed and breakfast abbiamo conosciuto un'altra simpatica coppia francese di mezz'età, arrivati in Bretagna sempre per il famoso matrimonio. Quando abbiamo rivelato di essere italiani, la cara signora si è subito rinvigorita e ci ha informati della loro imminente partenza per la Liguria. Lei e il marito fremevano all'idea di andare in Versilia e ci sono rimasti un po' male quando gli abbiamo fatto notare che in realtà non sarebbero andati in Liguria ma in Toscana.

L'ultimo giorno che abbiamo passato sulla costa atlantica abbiamo deciso di fare i tamarri e ci siamo concessi un pomeriggio sole, mare, spiaggia. Abbiamo raggiunto una spiaggia poco frequentata e, arrampicandoci su un paio di scogliere, siamoarrivati in un angolino dimenticato dalla civiltà nel quale potersi rilassare.
Dopo un paio d'ore di tranquillità decido di alzarmi per controllare la marea e mi rendo conto che altri dieci minuti in quella spiaggia potevano costringerci a passare la notte in balia del tiepido venticello bretone e con i piedi a mollo nell'oceano Atlantico. Di fretta abbiamo recuperato armi e bagagli e siamo tornati sani e salvi alla spiaggia principale che nel frattempo era quasi del tuttoscomparsa.



Siamo oramai rientrati dalla Bretagna (carichi di sidro) più di un mese fa e, nonostante gli altri viaggi ed il ritorno alla quotidianità, i ricordi sono ancora vividi e la nostalgia è purtroppo tanta.



Ed è per questo che a novembre torneremo in Bretagna sperando di trovare l'inferno in terra sull'Île d'Ouessant, di bere un sacco di sidro e di poterci collegare alla rete wi-fi di Penny e del Principe Carlo d'Inghilterra.

1 commento:

  1. Questa volta ho veramente paura che non torneremo... non nel senso che moriremo,spero !!

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